“A fissaziuni è peggiu ra malatìa”, dicevanu l’antichi. E avevano ragione, picchì noi siciliani, quannu ni fissamu… un ci nnè pi nuddu. Questo modo di dire significa che quando ci incaponiamo, quando ci attacchiamo a un’idea comu se fosse l’ultima ancora di salvezza, diventiamo più difficili da gestire di un malato vero. Perché la malattia, almeno, la curi. La fissazione… quella no: ti segue, ti comanda, ti fa girare attorno alla stessa cosa finché non ti stanchi. E su quali cose semu fissati? Su du’ cuosi: il cibo e l’acqua. Cioè, praticamente la sopravvivenza… ma in versione deluxe, vuol dire che per i siciliani cibo e acqua non sono solo bisogni primari, ma diventano qualcosa di più grande, più importante, più rituale, quasi una celebrazione, mangiare e bere con passione, con cultura, con fissazione, ma soprattutto con gioia. Il cibo: la nostra religione non ufficiale. Per noi il cibo non è nutrimento: è un’istituzione, un ministero, un sacramento. Mangiamo per festeggiare, per consolarci, per stare insieme, per stare soli, per stare meglio, per stare peggio… insomma, manciamu siempri.
E poi, parliamo della “Nouvelle Cuisine” che per un siciliano è un’offesa personale. È come se ti dicessero: “Tu non meriti la felicità”. A certi matrimoni moderni, quelli con piatti artistici e le porzioni filosofiche, sarebbe meglio avvisarci prima: non siamo preparati a queste esperienze estreme. È pericoloso. Il siciliano, davanti a un piatto grande con una cosa piccola in mezzo, va in tilt. Si blocca. Non sa se deve mangiare, fotografare, denunciarlo.
Li riconosci subito e non ti puoi sbagliare: si guardano attorno, tutti appattati, cu torci l’uòcchiu, cu isa u gigghiu, cu fa girare la mano su stessa un paio di giri, comu a diri: “Ma è un antipasto o un’idea?” E poi partono i segnali: uno fa “ma u viristi”, e l’avutri a tistiari come per dire “u vitti, u vitti”. È un linguaggio segreto, tipo Morse, ma gastronomico. Per noi il cibo è la misura della vita: si c’è, stamu buoni; si manca… è lutto.
L’acqua: l’altra tragedia greca. Semu fissati cu l’acqua. Per noi è un bene prezioso, raro, misterioso, quasi mitologico. C’è quannu c’è, e poi all’improvviso finisci, scumpari. Noi siciliani sappiamo cosa significa la mancanza: arristari senza acqua in agosto alle tre di pomeriggio è un’esperienza spirituale. Ti avvicina a Dio, ma pure al Comune, picchì chiami ogni cinque minuti. Nuatri a mancanza a canusciemu ri nichi: “Ri nichi e nichi si ci nsigna a rucaziuoni e picciriddi”, dicevano i nostri matri. La pazienza è il nostro superpotere. Un popolo che si stupisce quello nostro, semu il popolo della maravigghia. Ogni cosa è per noi attruvata: l’acqua, il pane, il parcheggio, la linea del telefono, e pure la fortuna, quannu decide di farci visita. Viviamo come se tutto fosse un regalo inatteso, una sorpresa che ci capita mentre stamu faciennu tutt’altro. E forse è per questo che semu accussì: semplici, sinceri, pronti a ridere, sempri cu ‘na battuta pronta, sempre cu ‘na meraviglia negli occhi, comu se la vita, ogni giorno, ci dicesse: “Tranquilli, oggi vi fazzu ‘na razia.” E noi, la grazia, la vogliamo davvero: la cerchiamo, la aspettiamo, la invochiamo, comu si fussi ‘na piccola benedizione quotidiana che ci rimette in moto l’anima.
Perché noi siciliani campiamo accussì: tra la speranza e la risata, tra la mancanza e i cuosi attruvati, tra ciò che cambia e ciò che resta uguale. Cuomu scrissi Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» E noi, in fondo, ci viviamo dentro a questa filosofia: la vita gira, si muove, si trasforma… ma il nostro modo di sentirla resta sempre quello: forte, sincero, e pieno di stupore.
Baciamu li manu!







