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mercoledì 7 Ottobre 2026

mercoledì 7 Ottobre 2026

Ve lo racconto io: Francesco Ferdinando Gravina II, principe di Palagonia

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principe di palagonia
stefania morreale
stefania morreale
10 minuti

Mi avete chiamato in molti modi: principe di Palagonia, eccentrico, folle, empio, negromante. Sono passati quasi tre secoli. Io non ci sono più, ma i miei mostri sì. E forse è arrivato il momento di raccontarvi la mia storia. O almeno quella che potrei raccontarvi, se oggi potessi sedermi nella Sala degli Specchi e rispondere alle vostre domande.

Mi chiamo Francesco Ferdinando Gravina, settimo principe di Palagonia. Ebbi titoli, ricchezze, incarichi e responsabilità. Non fui dunque un eremita estraneo al mondo, come la leggenda avrebbe potuto far credere. La storia della villa, del resto, non cominciò con me. Nel 1715 mio nonno, Ferdinando Francesco Gravina Cruyllas, fece iniziare la costruzione della residenza a Bagheria, affidandone il progetto all’architetto Tommaso Maria Napoli.
Ma quando arrivò il mio momento, decisi di trasformarla. Comparvero uomini deformi, animali fantastici, figure ibride, cavalieri, musicisti e personaggi grotteschi. La villa smise così di essere soltanto una residenza aristocratica e diventò qualcosa che, ancora oggi, continua a interrogare chi la visita.
Perché lo feci? È la domanda che mi avete rivolto per quasi tre secoli. Il problema è che non vi ho lasciato un documento nel quale spiegavo il significato preciso delle mie statue. E così avete cominciato a rispondere voi al posto mio. Avete parlato di follia, magia, negromanzia, caricature, alchimia ed esoterismo. Avete immaginato che alcuni mostri fossero persone realmente esistite, magari miei nemici trasformati in pietra. Ma le prove per sostenere queste interpretazioni non sono sufficienti. E forse la storia è più interessante proprio per questo.

Non tutti quelli che mi incontrarono mi considerarono folle. Nel 1776 lo scrittore Ennio Visconti Querino visitò la villa e mi chiese da dove avessi tratto ispirazione per le mie creature. Secondo il suo racconto, gli risposi parlando dell’Africa e del Nilo: sulle rive del grande fiume, le diverse specie animali si sarebbero incontrate e accoppiate, generando proprio quelle creature che egli vedeva nel mio viale. Una spiegazione scientifica? Probabilmente no. Una provocazione? Forse. Una battuta? Molto probabilmente. Ma certamente una risposta ironica. Anche altri viaggiatori raccolsero storie simili.
Nel 1770 Patrick Brydone mi descrisse come un uomo dalla particolare forma di follia, ma nello stesso tempo ammise di avermi sentito pronunciare discorsi piuttosto acuti. Così come il conte polacco Michel-Jean de Borch, che raccontò di avermi incontrato a Palermo e di essere rimasto colpito dalla mia cultura e dal modo preciso con cui ragionavo. Vedete dunque quanto possa essere difficile separare l’uomo dalla leggenda? Chi mi osservava da lontano vedeva il principe dei mostri. Chi ebbe occasione di parlarmi, talvolta, vide qualcosa di diverso.

E poi arrivò Goethe.
Johann Wolfgang Goethe visitò Villa Palagonia il 9 aprile 1787. La sua descrizione è diventata una delle testimonianze più celebri del Grand Tour siciliano e non fu certo benevola. Davanti alle mie creature vide il trionfo del capriccio, del deforme e del mostruoso. Ma Goethe non mi parlò nella villa. Tre giorni dopo, il 12 aprile, mi vide casualmente a Palermo, lungo il Cassaro. Secondo il suo racconto, percorrevo la strada vestito con eleganza e raccoglievo denaro per il riscatto degli schiavi cristiani prigionieri in Barberia. Goethe non parlò direttamente con me, ma raccolse la spiegazione di un commerciante. È un episodio curioso. Mentre la mia villa veniva descritta come il prodotto di una mente sconvolta, nella città compariva un uomo impegnato in un’attività benefica. La storia, dunque, era meno semplice di quanto sembrasse.

Intorno al mio nome nacque anche la fama del “Negromante”. Un principe che praticava la magia nera, conosceva l’occulto e aveva trasformato la propria villa in un luogo misterioso: una storia perfetta per una casa piena di mostri. Peccato che non esistano prove sufficienti per dimostrare che praticassi davvero la negromanzia o la magia nera.
Poi arrivarono le caricature. Si disse che alcune statue rappresentassero miei nemici, trasformati in creature grottesche e condannati a rimanere per sempre davanti alla mia casa. Anche questa è una storia affascinante, ma non abbiamo prove sufficienti per identificare con certezza le singole figure.
E ci sono le donne incinte. La tradizione racconta che non dovessero fissare troppo a lungo i mostri, perché la loro vista avrebbe potuto influenzare il bambino nel grembo materno. Non esiste alcuna prova di questa maledizione. Ma la leggenda racconta qualcosa di interessante: il mostro non doveva soltanto essere visto. Poteva quasi entrare nel corpo attraverso lo sguardo. Forse è anche per questo che le mie creature hanno continuato a vivere nella fantasia molto più a lungo di quanto abbiano fatto nella pietra.

C’è poi una cosa che spesso dimenticate: la villa che oggi vedete non è quella che conobbi io. Il complesso originario era assai più vasto. Il lungo viale si estendeva per circa quattrocento metri e le statue erano allora quasi duecento. Oggi ne sopravvivono 127. Intere porzioni della struttura e del paesaggio sono scomparse, altre sono state trasformate, mentre statue, arredi e decorazioni hanno seguito destini diversi. Quello che oggi ammirate è dunque soltanto un frammento di ciò che un tempo volli creare. E quando giudicate la mia villa, ricordate che non state guardando esattamente ciò che vidi io. State guardando ciò che il tempo ha deciso di lasciarvi.

Nel corso dei secoli avete cercato di classificarmi, ma io ero solo un uomo del Settecento, immerso in un mondo nel quale meraviglia, prodigio, natura e immaginazione potevano entrare nell’arte in forme che oggi ci sembrano difficili da comprendere.
Anche la mia morte è diventata parte della leggenda. Morii il 1° maggio 1788 e fui sepolto nelle catacombe dei Cappuccini di Palermo. Oggi la mia precisa sepoltura non è più identificabile. Una testimonianza di George Cockburn, che visitò le catacombe nel 1811, racconta addirittura di avere visto il mio corpo nella cassa aperta, con la parrucca e il bastone. Quanto ci sia di vero non possiamo stabilirlo con certezza. Anche da morto, dunque, sono rimasto sospeso tra documento e leggenda. Forse è questo il destino che mi avete assegnato.
Non sappiamo con certezza perché volli costruire i miei mostri. Non sappiamo se ogni figura avesse un significato preciso, se esistesse un programma simbolico unitario o se alcune fossero davvero caricature. Sappiamo però che furono abbastanza potenti da sopravvivere al loro creatore. E allora forse la domanda non dovrebbe più essere: “Era pazzo?” Forse dovreste chiedervi: “Perché abbiamo avuto tanto bisogno di considerarlo pazzo?” Perché è più facile spiegare ciò che non comprendiamo dicendo che il suo autore era folle. Ma se invece fossi stato lucido? Se fossi stato ironico? Se avessi saputo perfettamente quanto quelle creature avrebbero scandalizzato i miei contemporanei? Se avessi semplicemente voluto costruire un mondo diverso da quello che gli altri consideravano normale? Allora la risposta diventerebbe molto più difficile. E forse anche molto più interessante.

Io sono morto. La società che conoscevo non esiste più. La mia villa è cambiata, molte delle mie statue sono scomparse, il mio corpo è stato perduto e le mie parole sono state trasformate dalla leggenda. Ma quelle creature che volli mettere davanti alla mia casa sono ancora lì. E continuano a guardarvi.

Dopo tre secoli, siete ancora qui, davanti a loro, a cercare di capire che cosa volessi dirvi. Io non posso più rispondere. Forse non ho mai voluto farlo. Ma loro sì. Continuano a guardarvi. E non hanno mai smesso.

Nota dell’autore: il presente articolo utilizza la prima persona come espediente narrativo. Le parole attribuite a Francesco Ferdinando Gravina costituiscono una ricostruzione letteraria e non sono citazioni storiche. Gli elementi storici e le testimonianze dei viaggiatori sono stati ricostruiti sulla base della bibliografia disponibile, in particolare Martino Grasso, Bagheria fra mostri e viaggiatori. Racconti dai diari di viaggio pubblicati dal 1700 al 1900, Plumelia Edizioni, Bagheria, 2020, e Rosario Scaduto, Villa Palagonia: storia e restauro, Eugenio Maria Falcone Editore, Bagheria-Palermo, 2007.

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