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mercoledì 4 Novembre 2026

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Ve lo racconto Io: Renato Guttuso di Stefania Morreale

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Guttuso
stefania morreale
stefania morreale
7 minuti

Non ho mai capito perché un pittore dovrebbe limitarsi a dipingere cose belle. Il mondo non è sempre bello. È fatto di lotte, ingiustizie, passioni, sangue e fatica. E io, quando prendevo in mano un pennello, non avevo nessuna intenzione di voltarmi dall’altra parte.
Mi chiamo Renato Guttuso. Sono nato a Bagheria, il 26 dicembre del 1911, e fin da ragazzo ho capito che la pittura sarebbe stata la mia vita. Mio padre amava dipingere ad acquerello e forse è stato lui a mettermi in mano, per primo, il desiderio di trasformare quello che vedevo in immagini. Ma non immaginavo certo che un giorno avrei fatto discutere così tante persone.

Non ero fatto per stare fermo. Nel 1930 mi iscrissi a Giurisprudenza a Palermo, ma gli studi non facevano per me. Io volevo dipingere. E volevo farlo a modo mio, senza chiedere il permesso a nessuno.

Erano anni difficili. L’Italia era sotto il fascismo e io non pensavo che un artista potesse fingere di non vedere ciò che accadeva intorno a lui. Mi avvicinai all’antifascismo, partecipai alla Resistenza e, nel dopoguerra, legai il mio impegno artistico a quello politico. Non tutti apprezzarono le mie scelte. Pazienza. Non ho mai creduto che un quadro dovesse piacere a tutti.

La realtà, del resto, non mi ha mai chiesto il permesso di essere scomoda.
Nel 1940 dipinsi Crocifissione. Non era soltanto una rappresentazione religiosa: nella sofferenza dei corpi e nella drammaticità della scena c’era anche il dolore di un’umanità travolta dalla guerra. Il quadro suscitò polemiche e fu guardato con sospetto negli ambienti più conservatori. Ma io non ero disposto a rendere innocua la pittura per rassicurare chi la guardava. Un artista, secondo me, deve avere il coraggio di prendere posizione, anche quando questo significa andare controcorrente.

Non pensavo che la pittura potesse cambiare il mondo da sola. Ma ero convinto che potesse costringere qualcuno a guardarlo con occhi diversi.
Guardate la Vucciria, che dipinsi nel 1974. Avrei potuto rappresentare Palermo con una bella veduta, qualche palazzo e un cielo azzurro. Invece scelsi il mercato: il pesce, la carne, le bancarelle, la folla, i colori che quasi si urtano sulla tela. Volevo portarvi dentro quel mondo, farvi sentire la sua vitalità, la sua abbondanza, perfino il suo disordine. Non volevo che guardaste la Sicilia da lontano. Volevo che ci foste dentro.

Per me, dipingere significava anche questo: non abbellire la realtà, ma darle voce. E la realtà siciliana aveva molto da raccontare. Aveva la fatica dei lavoratori, la dignità dei contadini, le contraddizioni di una terra ricca di bellezza e insieme segnata da profonde ingiustizie. Non avevo bisogno di inventare personaggi straordinari. Mi bastavano le persone che incontravo, i loro gesti, i loro volti. Dentro una faccia, a volte, c’è più storia che dentro un libro.

Eppure, mentre dipingevo e viaggiavo, Bagheria non mi ha mai lasciato davvero. Si può partire dalla propria città, vivere altrove, conoscere altri luoghi e altre persone. Ma certe cose rimangono attaccate alla pelle. I colori, i volti, le voci. E a volte ritornano sulla tela quando meno te lo aspetti.
Bagheria era il luogo da cui ero partito, ma anche una parte di me che non avevo mai smesso di interrogare. Non volevo trasformarla in una cartolina, né raccontarla attraverso la nostalgia. Le mie radici non erano un rifugio in cui nascondermi: erano qualcosa da cui continuare a guardare il mondo.

Per questo, nel 1973, donai alla mia città un importante nucleo di opere, contribuendo alla nascita del museo di Villa Cattolica. Non volevo che il mio lavoro appartenesse soltanto alle grandi città o ai musei lontani. Volevo che Bagheria potesse riconoscersi anche nei miei quadri, che i suoi abitanti potessero entrarci senza sentirsi ospiti di un mondo estraneo.

Sono morto a Roma il 18 gennaio 1987. Mi hanno definito in molti modi: pittore realista, artista politico, comunista, interprete della Sicilia. Ogni definizione racconta qualcosa di me, ma nessuna può raccontarmi per intero. Non ero soltanto le mie idee, così come i miei quadri non erano soltanto messaggi politici. Dentro la pittura c’erano anche la bellezza, il desiderio, la memoria e le contraddizioni di cui è fatta ogni esistenza.

Se oggi entrate a Villa Cattolica, non cercate soltanto il pittore famoso. Guardate le opere. Fermatevi davanti ai colori, alle figure, alle facce. Chiedetevi perché ho scelto proprio quelle immagini e non altre.
E se un quadro vi mette a disagio, non cambiate subito sala. Forse è proprio lì che comincia il bello.
Perché io, nella vita come nella pittura, non ho mai avuto molta simpatia per chi preferisce non guardare.

Nota dell’autore: il presente articolo utilizza la prima persona come espediente narrativo. Le parole attribuite a Renato Guttuso, costituiscono una ricostruzione letteraria e non sono citazioni storiche.
Le notizie sono state tratte dalla biografia del personaggio trovate su Internet

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