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giovedì 2 Febbraio 2023

giovedì 2 Febbraio 2023

I cunti di Sicilia. Siciliani, popolo di lamentosi, di Anna Citta

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5 minuti

Oggi vi voglio dare un accenno di come noi siciliani abbiamo sempre mille motivi per lamentarci. I guai, le delusioni, i torti ricevuti, le insidie derivanti da cattiva salute, tutto questo non manca mai nella vita di ciascuno di noi.

A quelle private si accompagnano le ragioni di lagnanza causate dalla vita pubblica. E i siciliani ne abbiamo in abbondanza, e cuomu si nn’aviemu! In parte originate da noi stessi a causa dello scarso spirito di coesione e di solidale reazione. Ma, state sicuri amici mia ca si pi casu dovessero mancarne le cause, i siciliani ni lamintamu lo stesso.
È una vocazione atavica quella dei siciliani alla doglianza. Spesso fine a se stessa. Picchì puru ca ni lamintamu, chi cancia? Però dicono che lamentarsi fa bene alla salute. Almeno chistu ricinu, ma vieru è? Scaricare le proprie frustrazioni sugli altri aiuta assai. Il problema si pone però per i malcapitati destinatari dei nostri sfoghi. Costoro, che già soffrono dei loro problemi, sono altrettanto bravi a ricambiarli e a indirizzarli a nuatri.
Si viene a creare così una sorta di circolarità di lamentazioni. A volte si ingaggiano delle vere e proprie gare, specie tra persone anziane afflitte da malanni, in cui ciascuna elenca i suoi dolori e l’altra replica, per non essere di meno, i propri.
Una gara riciemu nuatri nel far prevalere i propri mali. Si racconta che in paesino siciliano un vegliardo al funerale di un uomo morto per una polmonite chiede ad un parente: “cu muriu?” E chiddu: “U figghiu ra zza Mariuzza”. L’altro replica: “E chi appi?” Il parente risponde: “A prumunia.” A stu puntu il vegliardo, con le mani in viso in segno di dolore, esclama: “ Matruzza bbedda, chi bruttu mali. Ma tintu pi cuomu puòtti ièssiri, mai fu cchiù gravi ri chiddu miu”. I nostri guai superano sempre quelli degli altri: sono sempre più gravi, perniciosi, refrattari a rimedi.
Nuatri siciliani siamo fatti così, siamo un’iperbole vivente. Comu du cristianu ncuntratu in farmacia, un signore sulla cinquantina. Il signore non stava bene e rivolgendosi al farmacista disse: “vinni ca facci, un stava bbuonu, e puru 55 euri è paiari?” Il siciliano a fare le commissioni, quando non sta bene, non ci va con i piedi, ma ci va ca facci. Quante volte avete sentito dire: ‘u fici ca facci, non stavo bene ma l’ho dovuto fare”. Usiamo questi modi di dire nella vita di ogni giorno. Anche quando c’è un funerale, cosa chiediamo di solito? “Cu c’ièra o funirali?” La risposta tipica: “miii c’ièra tuttu u paisi”. Siamo fatti così, tutto questo per dare un senso di importanza all’accaduto. Noi, una cosa piccola la facciamo diventare grande. E poi siamo molto simpatici al citofono.
Davanti al citofono i siciliani ci chiamiamo tutti “io”. Al citofono facciamo discorsi lunghi 5 minuti, addirittura c’è chi si prende il caffè vicino al citofono. L’ultima discussione sentita al citofono avvenne giorni fa. Una bambina suonò il campanello di casa sua e la madre rispose: “cu è?” La bimba con voce dolce: “io sugnu Mà, rapi”. La madre, con vocina suadente inizia un monologo che dura all’incirca 10 minuti, e risponde: “appena acchiani, ti lievu ri mmienzu, è miègghiu pi tia ca ti nni vai, s’acchiani ti pigghiu a muzzicuna” disse la mammina alla bambina. Vabbè, a stu puntu a picciridda con aria un po’ perplessa girò i tacchi, mi guardò e sorrise.
“L’avrà combinata grossa” pensai. Amo il mio sud, mi diverte c’è picca i fari!
Baciamu li manu!

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