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lunedì 20 Marzo 2023

lunedì 20 Marzo 2023

Voci dall’isola. Pietro Busetta: “ricomincio a studiare, nel ricordo di mio nonno”

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piero buttitta
antonino pintacuda
antonino pintacuda
10 minuti

Da che ne ho memoria, ho sempre avuto un quaderno di “citazioni citabili”, frasi che cerco di interiorizzare e far mie, riutilizzandole ogni volta che ne ho l’occasione. Una di queste è dell’indimenticabile Franco Battiato ed è perfetta per il protagonista della terza puntata di “Voci dall’isola”: “Io che sto diventando sabbia del deserto, ringrazio i venti che mi cambiano forma e punto di osservazione, un ideale perseguo, anacronistico e ridicolo: il miglioramento”.

Ecco, lo stesso miglioramento continuo è sempre stato l’obiettivo di Pietro Busetta. Pietro lo conosco da quei venti e passa anni, abbiamo preso la patente insieme, compiuto 18 anni a distanza di qualche giorno. Ci siamo ritrovati di recente per un dolore difficilmente immaginabile. Una nostra compagna di liceo ha perduto il marito. Ho subito avvisato Pietro e ho ritrovato la stessa voce di quell’estate del 2000 in cui ci siamo diplomati, la stessa voglia di fare qualcosa di concreto. Questa è la terza voce dall’isola, se conoscete qualcuno che è rimasto (o è tornato) in Sicilia ed è riuscito a dar forma al suo sogno, scrivetemi all’indirizzo pintacuda@gmail.com

Pietro, sin dai tuoi verdi anni, hai sempre conciliato impegno e partecipazione alla vita di Bagheria. Cosa ti spinge a non mollare mai?

«Ho sempre creduto che potessi migliorare il posto in cui viviamo, in cui vivo io e la mia famiglia, in cui vivono i miei cari. Ho sempre avuto a cuore la città di Bagheria che nel mio percorso di vita ha avuto un ruolo fondamentale, nel bene e nel male. Già alle elementari avevo scritto un tema sui parchi giochi a Bagheria, ai tempi inesistenti. Al liceo mi sono battuto per cinque anni per ridare dignità logistica ad una scuola che la meritava più di tante altre. Ho poi ho poi fatto parte di un tavolo per la progettazione del porto di Aspra con un’associazione ambientalista. Oggi posso dire però di essere più “ascoltato” perché molti dei nuovi amministratori sono i miei coetanei ed amici e soprattutto hanno l’intelligenza di ascoltare e apprezzare le critiche costruttive e i consigli della cittadinanza».

Che studi hai compiuto dopo il liceo?
«Dopo il liceo mi sono laureato in relazioni internazionali all’università di Palermo. Oggi non rifarei quella scelta perché la facoltà di scienze politiche è stata depauperata di tutte le sue virtù. Oggi farei ingegneria gestionale. Intanto però mi sono iscritto alla facoltà di Economia per una laurea specialistica in Management ed innovazione, perché anche a 41 anni sento il bisogno di evolvere per rendere al meglio nel mio lavoro».

Dopo alcuni anni nell’azienda di famiglia, hai deciso di intraprendere una carriera nella consulenza aziendale. Quali sono i tuoi più grandi successi?
«La DAP, l’azienda della mia famiglia, è e rimarrà sempre nel mio cuore: è l’azienda che ha fondato mio nonno e non ci siamo mai dati per vinti, anche con la crisi del settore che ha falcidiato tutte le aziende di porcellane decorate italiane. In realtà ho cominciato con un insuccesso e cioè lasciare proprio la mia azienda, ma, ricoprendo altri incarichi, ho sfruttato tutte le conoscenze ed esperienze maturate proprio lì. Poi c’è stato Lido Fondachello che mi ha dato grandi soddisfazioni: ad oggi l’esperienza più lunga che io abbia fatto. Portare questa attività da titolare-dipendente a praticamente autonoma è stato uno dei miei più grandi successi. E ne approfitto per ringraziare la proprietà che ha sempre creduto in me. Tre anni fa ho ricoperto il ruolo di Project manager per una azienda agroalimentare e da inizio anno sono nella direzione aziendale di una clinica veterinaria, con una grande storia e grandi prospettive future: fra qualche anno mi auguro di parlarti dei miei successi anche qui!»

Il Lido Fondachello è un luogo della memoria di tanti bagheresi e non solo. Ci racconti alcuni aneddoti legati a quell’esperienza?
«Il Lido Fondachello ha avuto un ruolo importantissimo nella mia formazione, mi sono dedicato anima e corpo a quel posto, a volte forse anche troppo, tralasciando anche cose importanti. Aneddoti? Non basterebbe un libro per raccontarli: dalla compianta signora Fina che mi avvisava di clienti non tanto “consoni” dicendomi “Pietro ci sono dei Pirelli alla porta”, passando per il professore Stocco che anche a quei clienti consigliava di leggere l’ultima copia, in inglese, del “Time” che metteva all’ingresso ogni giorno, e terminando con quei bambini ai quali genitori versavano una bottiglia d’acqua sulla testa appena scesi dall’auto, con l’intento di far credere alla reception che erano già dentro ed erano usciti un attimo, e quindi sarebbero voluti rientrare senza pagare!»

Sport e Lions sono due punti fermi della tua vita. Vuoi parlarcene?
«Nel basket e nel club ho trovato i migliori amici della mia vita. E il basket mi accompagna da quando avevo dieci anni e ancora oggi non riesce a liberarsi di me. A 19 anni ho lasciato la squadra di Bagheria, dopo aver giocato e allenato le giovanili (vincendo anche un campionato), spostandomi a Ficarazzi con il quale ho creato la mia prima squadra. Squadra che poi è diventata quasi un lavoro perché ogni anno volevamo migliorarla ed ampliarla: ci autofinanziavamo, compravamo i palloni, pagavamo la palestra ma ci divertivamo come non mai! Dopo i trent’anni sono rientrato in quella che era la mia casa ovvero la pallacanestro Bagheria 92 e ho continuato fino all’anno scorso a dedicare parte del mio tempo libero a quei ragazzi che mi volevano bene e mi facevano sentire vivo. Quest’anno ho voluto prendere un anno sabbatico per dedicarmi di più alla mia famiglia. Il Leo e i Lions mi hanno preso quando ero deluso dalla politica e dalle sue geometrie, avevo vent’anni e tantissima voglia di dedicarmi agli altri: il Lions mi ha dato questa possibilità dandomi l’opportunità di ampliare le mie amicizie in tutta la Sicilia ed in tutta Italia e di fare del bene in tutto il mondo partendo proprio da Bagheria. Oggi, dopo 21 anni, dopo aver ricoperto alti incarichi nel Leo regionale e nazionale, sono un membro senior e Leo Advisor di club (cioè il delegato al club Leo)».

La storia della tua famiglia cambia radicalmente quella maledetta sera del 7 dicembre del 1984, tuo nonno era un uomo buono, vittima trasversale del cancro che soffoca la nostra isola. Non ho dubbi: oggi sarebbe orgoglioso di questo nipote che porta il suo nome. Come porti avanti il peso della memoria?
«Mio nonno era una grande persona. Io l’ho conosciuto solo per due anni ma tutti quelli che l’hanno conosciuto me ne hanno sempre solo parlato bene, estranei compresi. Io anche se per quel breve tempo gli ero legatissimo, quasi da suscitare la gelosia di mio padre. Quando quella sera fu brutalmente assassinato, ovviamente ne fui tenuto all’oscuro con la bugia di un repentino viaggio di lavoro. A due anni ero un bambino che già precocemente parlava ed interagiva con gli altri molto bene: dopo quella sera non ho proferito parola per un anno intero, andandomi però sempre a nascondere dietro l’attaccapanni al rintocco del campanello, attendendo, nascosto come ogni volta, il mio nonnino che non sarebbe più tornato. La memoria io e la mia famiglia la portiamo avanti con orgoglio da quando non era ancora “di moda” come oggi, o meglio quando addirittura parlare di memoria era scomodo e pericoloso. Mio padre è stato in TV, ha fatto dei film, documentari, sempre chiedendo prima noi se fossimo d’accordo: io rispondevo sempre che se non fosse andato lui, sarei andato io. Oggi che le coscienze sono più colorate e non nere come un tempo, piano piano stiamo donando, partendo da Bagheria, il giusto ricordo a mio nonno. Aiutati anche dall’amministrazione comunale e da numerose associazioni, in primis il Lions Club. La strada è ancora lunga, ma io ho tanta e tanta voglia di percorrerla tutta».

Antonino Pintacuda pintacuda@gmail.com

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